Il Primo Albergo
«Albergo Alpino, a te il saluto del forestiero che ti guarda dal battello che solca le onde del Verbano. Chi avrebbe detto che l’Alpe Ambrosini si sarebbe, in tempo non lungo, cambiata nell’Albergo Alpino?». Così scriveva un cronista di fine Ottocento, quasi anticipando la fortuna del luogo: il colle Pieggia.
«Su quell’altura che parmi si chiamava Prato Fiorente c’era il piccolo Alpet con poche mucche. Là avvenne la prima trasformazione e adattamento e dove era la stalla divenne la lunga sala a table d’hotel e la stalla scese in basso al colle e seco portò i suoi profumi lasciando «il colante umidore e l’odor di stantio». Quel primo alberghetto con le camere sopra la sala accoglievano ogni anno famiglie benestanti milanesi che vivevano quei mesi estivi come una sola famiglia, felici e patriarcali, la prima e spesso la seconda colazione fuori all’aperto all’ombra delle piante, quando ancora l’acqua scorreva dalla piccola chiusa veniente dal fiume vicino al Masson, lì fuori in un ruscelletto dopo aver nutrito il lavatoio delle tovaglierie e lini di stanze, per scendere in una minuscola caseratta alla Barna dove l’alpée metteva un po’ di crusca e s’abbeveravano le vacche con le campanelle al collo.
Ricordo anche i Molinari, l’erede di don Molinari (al pret Sapin chiamato) che aveva la villa di fronte al Panoramino d’allora quando su all’Alpino non c’erano che la Villa Quiete, la villa del dr. Faini ed un’altra vicina, ed il dott. Rognoni aveva creato l’Alpe dei Bambini al di là della Quiete.
Ma quella modesta casa, un poco disadorna sì, era un tranquillo pulito ospitale luogo di poche pretese ma di grande pace agreste, con le escursioni dei ciucerielli alla Cima, evento più grande di quell’epoca che aveva l’illuminazione a petrolio e si andava a letto al lume della candela». [M.A. Adami]
Nel 1878, l’albergatore M. Cagliani, già proprietario del Ristorante Nazionale, con altro bavenese, Filippo Adami, rilevava la «posteria locanda con alloggio e stallaggio» di don Ambrosini trasformandolo nell’Albergo Alpino. Dopo il fallimento di Filippo Adami, nel 1899 ; fratelli Francesco e Angelo Adami rilevavano il «tenimento d’lperegione Pieggia e Piantaa, ora Albergo Belle Vue e Alpino». L’albergo passava quindi ai fratelli Guglielmina, di Alagna, ma non seppe rispondere alle mutate esigenze turistiche. Ricostruito dalle fondamenta veniva inaugurato nell’estate del 1924 il nuovo Grand Hôtel Belle Vue e Alpino. I lavori erano iniziati nel 1922 ad opera del proprietario, l’ing. Romolo Arcioni (Paranà 1875- Como 1962) su progetto dell’arch. Giuseppe Bergomi, lo stesso che disegnerà la chiesetta dell’Alpino. Dopo un prestigioso periodo che lo vide frequentato luogo di soggiorno di illustri personalità, anche il Grand Hôtel perse la sfida col tempo e subì un lento e progressivo degrado. Verso la metà degli anni ’70 i proprietari cedettero l’immobile alla società Samura di Milano, la quale si proponeva di farne un centro residenziale di alto livello, piuttosto ‘esclusivo’, disegnato nel 1990 dagli architetti Roberto Gabetti, Aimaro Isola e Guido Drocco.
